La storia del parquet

Oriente - Medioevo - Barocco - Rococò - America - Impero - 1989 - Novecento - Italia

Il design italiano

  In Italia il design divenne una realtà solo dopo la seconda guerra mondiale, quando validi professionisti cominciarono a disegnare mobili e le aziende si avvalsero per la prima volta dell'opera di architetti e designer. Alla fine degli anni Cinquanta, nei confronti di un design i cui ideali di rinnovamento rischiavano di venire assorbiti dall'aspetto economico e produttivo, si sviluppò il fenomeno del neoliberty che portò alla ribalta i nomi di Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, Lodovico Meneghetti e Aimaro Isola, Giotto Stoppino e Aldo Rossi. Al centro della loro ricerca stava l'idea di progetti pensati e realizzati attraverso il confronto formale e tipologico con i modelli classici. Esemplare di questo indirizzo è la poltrona a dondolo Locus solus (1965) realizzata da Gae Aulenti per Zanotta.   

La tendenza a fare dell'arte un continuo punto di riferimento e di confronto avvicinò il design italiano alle ricerche dei movimenti d'avanguardia, tra cui l'arte povera: ne risultarono oggetti come la poltrona Joe (1970), a forma di guanto di baseball, prodotta per Poltronova da Jonathan De Pas, Donato D'Urbino e Paolo Lomazzi.   

Nel 1972 a New York, in occasione della mostra "Italy, the New Domestic Landscape", Ettore Sottsass si presentò al Museum of Modern Art con un progetto di controdesign prodotto dalla Kartell, l'azienda che scelse di utilizzare per i suoi prodotti soprattutto materie plastiche. Lo stretto rapporto che si venne a creare tra la progettazione e le diverse suggestioni culturali, i materiali più insoliti e le forme più estreme e originali, diede vita agli arredi creati dai designer di Alchimia, tra cui vanni citati la lampada Spaziale (1980) di Michele De Lucchi e il tavolino Strutture che tremano di Ettore Sottsass (1979). Anche Gaetano Pesce, rappresentante del radical design, privilegiò la plastica, come nella poltroncina Dalila e nel tavolo Sansone per Cassina (1980). Orientato come Sottsass verso l'antifunzionalismo, Alessandro Mendini ha invece inventato un arredo d'ispirazione simbolica che intende instaurare un rapporto intimo e "naturale" tra l'oggetto e il suo fruitore, come nel divano Kandissi (1980) realizzato con lacche multicolori, radica, tartaruga e gobelin.   

Oggi l'interesse per il design d'interni, che continua la sua ricerca legata all'attualità artistica, tecnica e culturale, coinvolge un numero sempre maggiore di persone. Molte di esse per arredare case e uffici hanno bisogno di prezzi accessibili e di semplicità. In questo senso l'azienda svedese Ikea, con le sue linee pulite e tradizionali, con i suoi mobili in legno di pino o di betulla, dai colori chiari e naturali e dalle molteplici funzioni, rappresenta un nuovo concetto di arredo. Con 150 negozi sparsi in tutto il mondo, l'Ikea ha una filosofia molto chiara: offre al cliente tutto quello che gli può servire per riempire una casa, dagli oggetti d'uso ai mobili. E per tenere bassi i prezzi vende il prodotto dentro una scatola, con i pezzi smontati. L'ultima novità sono i mobili per bambini: colorati e atossici, badano particolarmente alla praticità e alla sicurezza. 

  Gli stili che caratterizzano gli ultimi anni del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento per molti aspetti possono essere considerati tappe evolutive del Neoclassicismo: come nel periodo precedente predominano infatti le linee geometriche, con frequenti incursioni nel lessico dell'architettura greca e romana dal quale derivano colonne, timpani, archi, erme, cariatidi, telamoni... e i motivi ornamentali continuano a ripetere il consueto repertorio di anfore, meduse, urne, sfingi, grifoni, delfini, cigni e palmette. 

  Forme e temi della tradizione classica vengono però riproposti secondo interpretazioni diverse, legate principalmente a ragioni storiche contingenti, quindi alla successione degli eventi che in quegli anni sconvolgono l'ordinamento sociale e politico europeo. E poiché gli avvenimenti sono tutti di "marca" francese, ne deriva che non solo la denominazione degli stili - Direttorio, Consolato, Impero, Restaurazione - ma la loro stessa concezione è di chiara impronta francese. 

  Benché la linea di demarcazione tra i diversi momenti non sia molto netta, si può tuttavia osservare come negli anni del Direttorio le forme siano ancora piuttosto leggere ed eleganti e 1'ornato, sobrio e misurato, prediliga soggetti che alludono alle nuove libertà repubblicane: fasci littori, frecce, allegorie dell'Aurora che adombra la nascita di una nuova epoca, accostati a simboli rivoluzionari come il berretto frigio, le coccarde, le fronde di quercia.   

Durante il periodo del Consolato, con la progressiva riscoperta del piacere del lusso, il mobile si fa più imponente e prezioso, arricchito di una maggior copia di ornamenti, volti principalmente alla celebrazione della gloria militare e del potere napoleonico: sono gli stessi ornamenti che trionferanno poi con l'Impero - corone di alloro, trofei d'armi, aquile, Nike alate, bighe - chiamati a decorare mobili dalla struttura sempre più massiccia e fastosa.   

È evidente come sia soprattutto quest'ultimo stile, che coincide con l'apogeo di Napoleone e con la massima espansione del suo Impero, a trovare maggior eco nel resto d'Europa e segnatamente nel nostro paese in gran parte sottoposto alle direttive della Francia. In Italia infatti gli esemplari Direttorio e Consolato non sono molto numerosi, mentre i mobili Impero conoscono una grande fortuna che si protrae ben oltre la caduta di Napoleone perdurando, con qualche leggero "aggiustamenti', fino al revival delle linee mosse proprie del Luigi Filippo; di conseguenza il termine Impero è spesso assunto come unico denominatore per i diversi stili che si susseguono tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento. Rispetto ai modelli francesi, però, il tono è in genere meno fastoso anche perché, nella maggior parte dei casi, vengono meno le ragioni celebrative declamate dagli ebanisti parigini; solo gli stati retti direttamente da membri della famiglia Bonaparte - Napoli e Lucca - conoscono una più aulica magniloquenza. Inoltre, l'uso del mogano e della piuma di mogano, che in Francia connota con molta evidenza il mobile Impero, in Italia è meno frequente e, là dove viene impiegata, questa preziosa essenza riveste per lo più strutture in noce e pioppo, mentre negli esemplari d’oltralpe prevalgono le ossature in rovere e faggio. 

  Più spesso per la lastronatura si fa ricorso al noce, sfruttato anche nella parte iniziale del tronco (dalle radici a un metro circa d'altezza), in gergo chiamata pedulle. Altre essenze usate sono il ciliegio, soprattutto in Toscana, Veneto e Lombardia, e l'acero in Piemonte, Liguria, Lazio e nel Sud. 11 legno, accuratamente levigato, viene poi rifinito con la gommalacca, stesa a tampone, alla quale a volte l'artigiano aggiunge delle terre scure, così da ottenere una coloritura nera. Si tratta di un accorgimento usato soprattutto per mettere in evidenza gli elementi architettonici o scultorei che inquadrano il fronte dei contenitori o fungono da sostegno per i tavoli: un preziosismo estetico che, dal punto di vista commerciale, accresce il valore del pezzo. 

  Sulla superficie lucida e uniforme del mobile risalta l'apparato decorativo: applicazioni in bronzo fuso ripassato a cesello e dorato a mercurio, fissate con chiodini nascosti nelle pieghe del disegno, oppure guarnizioni in lamina di ottone o placche in porcellana (soprattutto a Napoli e a Roma); o ancora motivi in legno intagliato e dorato oppure laccato in un particolare tono di verde che simula il colore del bronzo tipico dei reperti archeologici. 

  Non vanno dimenticati, accanto ai più diffusi mobili lastronati, gli esemplari in massello o quelli laccati, prevalentemente in un bianco avorio sul quale spicca 1'oro degli intagli. 

  La costruzione del mobile Impero è piuttosto semplice e schematica: basata, come vedremo, su un largo uso della colla essa si ripropone, con una certa ripetitività, nelle varie categorie di mobili; ciò rende più difficile la lettura di un pezzo in funzione della sua rispondenza a una corretta tecnica costruttiva anche perché vengono a mancare molti dei segni che hanno guidato nei periodi precedenti la nostra ricerca. II legno usato, infatti, non differisce molto come caratteristiche di colore e venatura, da quello moderno; i lastroni, ridotti a un millimetro circa di spessore, sono ormai piuttosto simili ai fogli di impiallacciatura oggi in commercio; sotto i lastroni, inoltre, così come sotto la coloritura nera, è facile nascondere eventuali tracce di intervento come il tarlo lungo o i segni di attrezzi moderni; la lucidatura a spirito, infine, permette di cancellare i riferimenti che in altri periodi vengono dalla patina. 

  Né maggiori indicazioni, ai fini dell'identificazione delle alterazioni, offre l'apparato ornamentale: trattandosi in genere di decorazioni applicate, piuttosto ripetitive nella raffigurazione dei soggetti, è facile spostarle da un mobile all'altro o addirittura crearle ex novo; se il lavoro è fatto in modo ingenuo e approssimativo si denuncerà facilmente, a causa della lamina troppo sottile del metallo, dell'assenza della rifinitura a cesello e della doratura sorda, diversa dalla luminosa brillantezza della doratura a mercurio. Se, invece, il lavoro è fatto a regola d'arte, è quasi impossibile riscontrare la differenza rispetto alle applicazioni autentiche; unico elemento di sospetto può essere una certa discordanza tra la cura nella realizzazione tecnica del mobile, nelle sue parti in legno, e la ricchezza dell'ornamentazione: in un pezzo originale, infatti, la presenza e la qualità delle guarnizioni in bronzo sono sempre proporzionali alla raffinatezza della fabbricazione. 

  Altre alterazioni riscontrabili nei mobili Impero riguardano 1'aggiunta di sagome e cornicette nere e la sostituzione di un modello di piede meno pregiato (ad esempio il piede a dado) con uno più ricercato e di valore (ad esempio la zampa di leone): in entrambi i casi la possibilità di ricorrere alla velatura nera, che nasconde i segni della nuova lavorazione, rende difficile accertare l'intervento. Nel complesso, insomma, una casistica molto limitata, che può essere colta più dalla sensibilità dell'osservatore e dalla sua conoscenza stilistica del periodo che non attraverso un'attenta analisi di tecniche e materiali. Una casistica che si restringe ulteriormente quando si faccia riferimento alla diretta esperienza dell'Autore e alla sua minor familiarità e consuetudine con il mobile Impero rispetto a quello di altri periodi.   

Piuttosto scarno è d'altra parte anche il capitolo delle imitazioni "in stile": ben poco interesse è stato riservato al mobile .Impero dai revival di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento che hanno realizzato un numero esiguo di esemplari servendosi di materiali più poveri rispetto a quelli usati negli originali: noce chiaro o faggio non evaporato in luogo dell'acero, mogano sapeli al posto della piuma di mogano.   

torna su